Dalla divisa al pigiama: cosa insegna vivere la fragilità dall’altra parte

La fragilità non si osserva davvero finché non la si attraversa. E quando accade, cambia per sempre il modo di guardare la cura. 

Chi lavora nella sanità è abituato ogni giorno a prendersi cura degli altri. Ma cosa accade quando, improvvisamente, è proprio chi cura a trovarsi dall’altra parte della “barricata”?

È da questa domanda che nasce la riflessione di Tatiana Bolgeo, professionista sanitaria e autrice del libro Dalla divisa al pigiama, in cui racconta il passaggio profondo che avviene quando il ruolo professionale lascia spazio alla vulnerabilità personale.

 

Quando la fragilità cambia prospettiva

“La fragilità non si osserva, si attraversa.”

Secondo Bolgeo, vivere da vicino la malattia o la sofferenza di una persona cara cambia radicalmente il modo di guardare la cura.

Ciò che prima era routine, procedura, quotidianità professionale, assume improvvisamente un peso diverso.
Non si è più chi gestisce, ma chi aspetta, teme, spera.

Ed è proprio in quel momento che cambia tutto.

 

La differenza tra curare e prendersi cura

Uno dei messaggi centrali dell’intervista riguarda la differenza tra “curare” e “prendersi cura”.

Curare significa applicare competenze tecniche, individuare percorsi clinici, intervenire sul bisogno sanitario.

Prendersi cura significa andare oltre.
Vuol dire considerare anche la dimensione emotiva, relazionale e psicologica della persona.

Perché dietro ogni paziente non c’è mai solo una diagnosi, ma una persona con paure, emozioni e bisogni profondi.

 

Quando la fragilità ci rende tutti uguali

Nel suo libro Bolgeo raccoglie storie diverse, accomunate però da un elemento universale: quando entra la fragilità, i ruoli si annullano.

“Non importa che lavoro fai o chi sei: quando arriva la fragilità resti semplicemente una persona.”

Ed è proprio questo, secondo l’autrice, uno degli insegnamenti più forti: ricordarci che dietro ogni ruolo esiste sempre la stessa umanità.

 

Il valore della relazione nella cura

La competenza tecnica resta fondamentale, ma non basta.

Secondo Bolgeo, la qualità della cura passa anche dalla relazione umana, dalla comunicazione, dalla capacità di ascolto e dalla presenza autentica.

Perché spesso ciò che resta davvero nella memoria di chi attraversa un momento difficile non è solo ciò che è stato fatto, ma come si è sentito mentre lo viveva.

 

La memoria emotiva della cura

Ed è forse proprio qui il messaggio più profondo lasciato dall’intervista.

“Non ricorderemo solo cosa è stato fatto per noi, ma come ci siamo sentiti.”

La cura, infatti, lascia sempre una traccia emotiva.

Un gesto, uno sguardo, una parola possono restare impressi nella memoria molto più a lungo di qualsiasi procedura.

Per questo, conclude Bolgeo, chi si prende cura degli altri non dovrebbe mai dimenticare che davanti a sé non ha solo un caso clinico, ma una persona.

Ed è spesso proprio nell’umanità di quei piccoli gesti che si misura la qualità più autentica della cura.

Monica Mazzoleni
Monica Mazzoleni

Farmacista formulatore, giornalista

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