Medicina predittiva: quando sapere prima può aiutarci a vivere meglio?

La medicina non aspetta più necessariamente che compaia un sintomo per occuparsi della nostra salute.

Screening, test genetici, biomarcatori, dispositivi indossabili e sistemi di intelligenza artificiale stanno aumentando la possibilità di riconoscere alcuni segnali di rischio sempre più precocemente e, in determinati casi, di intervenire prima che una malattia si manifesti o raggiunga una fase più avanzata.

È in questo scenario che si inserisce la medicina predittiva, che utilizza informazioni cliniche, genetiche, biologiche e digitali per stimare il rischio che una persona sviluppi determinate condizioni e, quando possibile, orientare strategie di prevenzione e controllo sempre più personalizzate.

È uno dei cambiamenti più interessanti della medicina contemporanea: passare dalla cura della malattia alla possibilità di anticiparla, quando le conoscenze e gli strumenti disponibili lo consentono.

Ma che cosa significa davvero “sapere prima”?

Dalla medicina che cura alla medicina che anticipa

La prevenzione non è certamente nata con l’intelligenza artificiale.
Vaccinazioni, controlli dei fattori di rischio e programmi di screening hanno mostrato da tempo quanto possa essere importante intervenire prima.

Quello che sta cambiando è la quantità di informazioni che possiamo raccogliere.
Alla storia personale e familiare e ai tradizionali esami clinici si stanno aggiungendo informazioni genetiche, biomarcatori sempre più sofisticati e dati raccolti nel tempo attraverso dispositivi digitali.

L’obiettivo è arrivare progressivamente a una prevenzione più personalizzata, nella quale non tutte le persone vengono considerate allo stesso modo, ma controlli e strategie preventive possano essere modulati anche sulla base delle caratteristiche e dei fattori di rischio individuali.

Quando conoscere un rischio diventa un’opportunità

Sapere di avere un rischio aumentato può essere molto utile quando quell’informazione permette di agire.

Può significare iniziare prima determinati controlli, effettuarli con maggiore frequenza, modificare alcuni comportamenti o entrare in programmi di sorveglianza dedicati.

Pensiamo, per esempio, ad alcune predisposizioni genetiche per le quali conoscere il rischio può orientare strategie di prevenzione e monitoraggio specifiche.

Oppure agli screening, che hanno proprio l’obiettivo di individuare determinate condizioni in persone che non presentano ancora sintomi, quando riconoscerle precocemente può offrire maggiori possibilità di intervento.

In questi casi conoscere prima non significa semplicemente sapere di più: significa avere la possibilità di fare qualcosa prima.

Anche la genetica ci parla di probabilità

Le informazioni che possiamo ottenere dal DNA stanno aumentando rapidamente.
Accanto ai test utilizzati per individuare specifiche varianti genetiche, la ricerca sta studiando strumenti come i polygenic risk scores, che combinano numerose varianti genetiche per stimare la predisposizione a diverse malattie comuni.
È un campo molto promettente, ma introduce un concetto fondamentale per comprendere la medicina predittiva.
Predisposizione non significa destino.

Per molte malattie il rischio dipende dall’interazione fra genetica, età, ambiente, comportamenti, condizioni cliniche e numerosi altri fattori.
Il valore dell’informazione sta quindi anche nella capacità di interpretarla correttamente e inserirla nella storia della singola persona.

Dal nostro polso arrivano sempre più informazioni

C’è poi un’altra piccola rivoluzione che molti di noi portano già al polso.
Smartwatch e altri dispositivi indossabili possono raccogliere informazioni sull’attività fisica, sulla frequenza cardiaca, sul sonno e, in alcuni dispositivi, rilevare segnali che possono suggerire la necessità di un approfondimento.
Non sostituiscono il medico e non tutto ciò che misurano ha necessariamente un significato clinico, ma mostrano bene quale direzione stiamo prendendo: la salute potrà essere osservata sempre meno attraverso una fotografia occasionale e sempre più attraverso informazioni raccolte nel tempo.
La sfida sarà trasformare questa enorme quantità di dati in informazioni realmente utili.

E poi arriva l’intelligenza artificiale

È proprio qui che l’intelligenza artificiale può avere un ruolo importante.

Gli algoritmi possono analizzare quantità enormi di informazioni, riconoscere schemi e contribuire, in alcuni contesti, alla stratificazione del rischio e al supporto delle decisioni cliniche.

Il loro sviluppo potrebbe permettere di integrare dati diversi — clinici, biologici, genetici e digitali — offrendo ai professionisti nuovi strumenti per comprendere meglio il profilo di rischio della persona.
Ma anche l’algoritmo fornisce informazioni che devono essere interpretate.

Una previsione non è una certezza.
Un rischio non è una diagnosi. Una predisposizione non è un destino. E un algoritmo non è un oracolo.

Più informazioni richiederanno anche più comunicazione

Ed è forse questo uno degli aspetti più interessanti della medicina che ci aspetta.
Potremmo pensare che più tecnologia significhi meno bisogno del rapporto con il professionista sanitario. Potrebbe accadere esattamente il contrario.
Più informazioni saremo in grado di ottenere, più avremo bisogno di qualcuno che ci aiuti a comprenderne il significato.
Che cosa indica realmente quel risultato? Quanto modifica il mio rischio? Posso fare qualcosa? Devo cambiare i miei controlli? Oppure è semplicemente un’informazione da conoscere e contestualizzare?
La medicina predittiva non sarà quindi soltanto una questione di nuovi test e algoritmi. Sarà anche una questione di comunicazione, accompagnamento e decisioni condivise.

Sapere prima, ma sapere bene

La possibilità di anticipare alcuni rischi rappresenta una delle grandi opportunità della medicina contemporanea.
Non significa conoscere con certezza ciò che ci accadrà e neppure trasformare ogni persona sana in un paziente.
Significa, quando esistono strumenti affidabili e possibilità concrete di intervento, avere un’occasione in più per proteggere la propria salute.

La vera sfida sarà imparare a distinguere le informazioni che possono aiutarci ad agire da quelle che hanno ancora bisogno di essere comprese meglio.
Perché forse la domanda non è soltanto se sapere prima ci faccia vivere meglio.
È capire quando sapere prima ci permette di scegliere, prevenire e intervenire meglio.

Fonti e approfondimenti

Monica Mazzoleni
Monica Mazzoleni

Farmacista formulatore, giornalista

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