La carenza di personale, le scelte discutibili e le sfide tecnologiche che stanno trasformando la sanità italiana
Il Servizio Sanitario Nazionale è in crisi non solo per la carenza di personale: in discussione c’è il futuro stesso della cura. A delineare questo scenario è Dario Giacomini, radiologo e presidente di Contiamoci, associazione nata nel 2021 in risposta all’obbligo vaccinale per i sanitari.
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I numeri di un’emergenza
Secondo Giacomini, citando dati statistici, tra il 2005 e il 2015 circa 10.000 medici hanno lasciato l’Italia per lavorare all’estero. Nel quinquennio 2019-2024 altri 40.000 sarebbero usciti dal sistema tra pensionamenti e dimissioni volontarie. Oggi mancherebbero 30.000 medici, 70.000 infermieri e 100.000 posti letto. Due milioni di cittadini, afferma, sarebbero senza medico di base, mentre un terzo dei medici ospedalieri sarebbe pronto ad abbandonare.
Nel frattempo continuano le chiusure degli ospedali periferici, concentrando i servizi nei grandi hub urbani con il rischio, secondo l’intervistato, di non riuscire a gestire eventuali nuove emergenze sanitarie.
Risorse sprecate e soluzioni tampone
La crisi, sostiene Giacomini, è figlia di decenni di tagli e scelte discutibili nell’allocazione delle risorse. Cita il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), che ha destinato miliardi di euro alle “case di comunità” (nuove strutture territoriali) senza garantire, a suo avviso, il personale sufficiente per farle funzionare effettivamente.
Durante la pandemia, aggiunge, ingenti somme sarebbero state sperperate in vaccini anti-Covid successivamente donati all’estero o smaltiti per mancato utilizzo. Nelle finanziarie successive, continua, sarebbero stati stanziati ancora centinaia di milioni di euro per l’acquisto di dosi che nessuno richiederebbe. Risorse che, secondo il medico, avrebbero potuto essere destinate ad assunzioni e formazione del personale.
Per tamponare l’emergenza, le regioni ricorrono a misure che sollevano interrogativi. Recenti delibere regionali, come quella del Veneto, permettono l’impiego di medici con titoli di studio non ancora equiparati a quelli italiani, una scelta giustificata dall’emergenza ma che solleva dubbi sulla tutela degli standard professionali.
Parallelamente è esploso il fenomeno dei “medici a gettone”, professionisti le cui prestazioni vengono acquistate a tariffe superiori rispetto agli stipendi dei dirigenti medici assunti. Sebbene questa differenza vada contestualizzata (i liberi professionisti non hanno garanzie contrattuali), la disparità crea tensioni. “Lavorare con persone sempre diverse, di passaggio, rende impossibile costruire quella squadra indispensabile per un servizio di qualità”, spiega Giacomini.
Medicina difensiva e burocrazia soffocante
Il clima di sospetto alimentato da pubblicità di studi legali che invitano a fare causa ai medici anche a distanza di anni ha contribuito, secondo l’intervistato, a deteriorare il rapporto di fiducia. La legge Gelli-Bianco, che obbliga i medici a stipulare assicurazioni per colpa grave, avrebbe ulteriormente accentuato questa tendenza.
Il risultato è una medicina sempre più difensiva, in cui il professionista si nasconde dietro protocolli e algoritmi per tutelarsi legalmente, perdendo la dimensione umana della cura. “Il primo passaggio dovrebbe essere la fiducia”, sottolinea Giacomini.
A questo si aggiunge un sovraccarico burocratico che il medico definisce assurdo: email quotidiane con procedure dettagliate su aspetti marginali (come conservare il gel ecografico o utilizzare i guanti) che sottraggono tempo prezioso alla relazione con i pazienti.
L’incognita dell’intelligenza artificiale
La sfida forse più insidiosa, secondo Giacomini, arriva dalla tecnologia. L’intelligenza artificiale sta già trasformando la diagnostica, specialmente in ambiti come la radiologia, e pone interrogativi sul futuro della professione.
“Quando la macchina mi darà un’indicazione diagnostica che non condivido, avrò il coraggio di contraddirla?”, si chiede il radiologo. Il rischio prospettato è quello di una progressiva spersonalizzazione della medicina, dove il medico diventa un semplice esecutore di algoritmi dettati dall’IA, perdendo autonomia decisionale e capacità critica.
In un orizzonte temporale di 10-20 anni, teme Giacomini, la figura tradizionale del medico potrebbe tendere a scomparire, sostituita da specialisti dell’intelligenza artificiale, della genetica e da assistenti robotici che “non avranno ferie, malattie o rivendicazioni sindacali”. Una medicina sempre più molecolare e tecnologica, ma sempre meno relazionale.
Il problema dell’abitudine
C’è un aspetto che l’intervistato considera ancora più preoccupante dell’avanzata tecnologica: l’abitudine delle nuove generazioni. Chi cresce con app sanitarie, smartwatch per monitorare parametri vitali e consulti a distanza, osserva, non sentirà la mancanza del rapporto umano medico-paziente tradizionale semplicemente perché non l’ha mai sperimentato.
Come sintetizza efficacemente: “Se non conosci il passato e vivi in un eterno presente, accetti come normale qualsiasi cosa ti venga proposta”.
La necessità di pensiero critico
Di fronte a questo scenario, l’associazione Contiamoci si propone non solo di denunciare i problemi ma di elaborare proposte alternative concrete, partendo dal recupero del pensiero critico e di una dimensione comunitaria della salute.
“Se non ritorniamo a farci le domande fondamentali sul senso della vita e della cura, rimarremo ciechi di fronte alle dinamiche in atto”, avverte Giacomini. La sfida è trovare soluzioni praticabili che rappresentino un’alternativa reale al modello tecnocratico e spersonalizzato che si profila, per evitare di diventare “semplici spettatori” di una storia scritta da algoritmi e interessi economici.
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