Fame, stress o emozioni: cosa ci spinge davvero a mangiare?

Tra fame nervosa, stress e ritmi frenetici, imparare ad ascoltare i segnali del corpo può cambiare il nostro rapporto con il cibo.

Mangiamo mentre lavoriamo, rispondiamo alle email, scorriamo i social o pensiamo a tutto quello che dobbiamo fare dopo.

Per molte persone il pasto non rappresenta più una pausa, ma una parentesi veloce da incastrare tra un impegno e l’altro. Eppure il nostro rapporto con il cibo va ben oltre il semplice apporto di calorie. Coinvolge emozioni, stress, piacere, gratificazione, relazioni e benessere psicologico.

Ne abbiamo parlato con la dottoressa Chiara Venturi, psicologa e psicoterapeuta esperta di psicologia dell’alimentazione e benessere psicofisico.

Quando mangiare diventa un gesto automatico

La nostra società premia velocità, produttività e performance.

In questo contesto anche il momento del pasto rischia di trasformarsi in un’attività secondaria, da svolgere rapidamente per tornare subito alle proprie occupazioni.

Secondo la dottoressa Venturi, il problema non è soltanto il poco tempo dedicato al cibo, ma la progressiva perdita di contatto con i segnali del corpo.

Mangiare distrattamente significa infatti ascoltare meno la fame, riconoscere meno la sazietà e perdere quella dimensione di piacere che dovrebbe accompagnare naturalmente l’alimentazione.

Una distanza che, nel tempo, può rendere più difficile comprendere i propri bisogni reali.

Perché lo stress ci porta a cercare conforto nel cibo?

Uno dei temi più attuali riguarda la cosiddetta fame nervosa.

Quando siamo stressati, stanchi, preoccupati o insoddisfatti, il cibo può diventare una fonte immediata di gratificazione.

La spiegazione ha anche una base neurobiologica.

Mangiare attiva infatti gli stessi circuiti cerebrali coinvolti nel piacere e nella ricompensa. È un meccanismo naturale che ha favorito la sopravvivenza della specie umana, rendendo l’alimentazione un’esperienza piacevole.

Il problema nasce quando il cibo viene utilizzato sistematicamente per regolare emozioni che avrebbero bisogno di essere ascoltate e affrontate in modo diverso.

In questi casi non si mangia perché il corpo ha bisogno di nutrimento, ma perché si cerca sollievo da una tensione emotiva.

Fame fisica o fame nervosa?

Imparare a distinguere questi due segnali può fare una grande differenza.

La fame fisica cresce gradualmente e tende a ridursi quando il corpo riceve il nutrimento necessario.

La fame emotiva, invece, compare spesso all’improvviso, ha un carattere urgente e continua anche dopo aver mangiato.

Questo accade perché il bisogno che cerca di soddisfare non è realmente legato al cibo.

La sensazione di vuoto, infatti, non nasce nello stomaco ma nelle emozioni.

Che cos’è davvero il mindful eating?

Negli ultimi anni si parla sempre più spesso di mindful eating, ovvero alimentazione consapevole.

Secondo la dottoressa Venturi il concetto chiave è uno: rallentare.

Mangiare in modo consapevole significa riportare l’attenzione sul momento presente, osservare il cibo, assaporarne consistenza, profumo e sapore, ma anche ascoltare le sensazioni e le emozioni che emergono durante il pasto.

Non si tratta di una dieta né di una tecnica rigida.

È piuttosto un modo per recuperare il dialogo con il proprio corpo senza essere costantemente distratti da stimoli esterni.

Intestino, cervello e benessere psicologico

La ricerca conferma sempre più chiaramente l’esistenza di una stretta comunicazione tra intestino e cervello.

Non a caso si parla di asse intestino-cervello.

La salute digestiva e quella psicologica sono profondamente collegate e influenzano reciprocamente il nostro benessere quotidiano.

Prendersi cura dell’alimentazione non significa quindi soltanto controllare il peso o seguire una dieta equilibrata, ma sostenere anche energia mentale, umore e qualità della vita.

Il peso dei sensi di colpa

Molte persone vivono il rapporto con il cibo attraverso una continua alternanza tra controllo e trasgressione.

Si impongono regole rigide, restrizioni severe o diete difficili da sostenere e, quando inevitabilmente queste regole vengono infrante, compaiono frustrazione e sensi di colpa.

Si crea così un circolo vizioso che può peggiorare ulteriormente il rapporto con l’alimentazione.

Come sottolinea la dottoressa Venturi, il cibo dovrebbe rappresentare un atto di cura e non un terreno di autocritica continua.

Ritrovare un rapporto più sereno con il cibo

Tra diete perfette, modelli irraggiungibili e consigli che arrivano continuamente dai social network, oggi è facile sentirsi confusi.

L’idea che esista un’alimentazione perfetta valida per tutti rischia però di allontanarci dall’ascolto dei nostri bisogni reali.

Ogni persona ha una storia, ritmi di vita, esigenze fisiche ed emotive differenti.

Per questo il rapporto con il cibo dovrebbe essere costruito come un abito su misura, capace di adattarsi alla persona e non il contrario.

Il messaggio finale emerso dall’intervista è semplice ma profondo: mangiare bene non significa soltanto scegliere gli alimenti giusti, ma recuperare attenzione, presenza e ascolto di sé.

Perché il modo in cui ci nutriamo racconta molto anche del modo in cui ci prendiamo cura della nostra vita.

Chi è Chiara Venturi

Chiara Venturi è psicologa e psicoterapeuta con una formazione specialistica nel trattamento del trauma. Lavora a Milano occupandosi di psicoterapia individuale, di coppia e coaching psicologico, con particolare attenzione al benessere psicofisico, alla psicologia dell’alimentazione e al rapporto tra emozioni, comportamento e salute.

Ha maturato una lunga esperienza nell’ambito del recupero dalle tossicodipendenze e attualmente svolge attività di supervisione d’équipe e mediazione linguistico-culturale. Riceve anche in lingua tedesca.

Per maggiori informazioni è possibile visitare il sito: www.chiaraventuri.it

Monica Mazzoleni
Monica Mazzoleni

Farmacista formulatore, giornalista

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