Sedarla o affrontarla? La via psicologica per la risoluzione dell’ansia
Il caso di Jenny
|“Jenny, 23 anni, studentessa al primo anno di Medicina, sperimentò improvvisamente capogiri, vertigini, tachicardia e sudorazione mentre accompagnava un docente durante le visite ai pazienti. Temendo che l’episodio potesse ripetersi, iniziò progressivamente a evitare le situazioni nelle quali avrebbe potuto manifestare gli stessi sintomi davanti ad altre persone. Rinunciò così ai gruppi di studio, alle uscite con gli amici, a diverse opportunità universitarie e persino al coro al quale partecipava da anni. Nonostante l’isolamento sociale, gli attacchi continuarono e Jenny cominciò a dubitare di essere adatta agli studi di Medicina”….. La conclusione del caso clinico è riportata al termine dell’articolo.
L’ansia è una risposta naturale
L’ansia è probabilmente una delle esperienze psicologiche più conosciute dall’uomo. Tutti, prima o poi, l’abbiamo sperimentata: prima di un esame, nell’attesa di una risposta importante, quando dobbiamo affrontare un problema o durante un periodo difficile della nostra vita.
C’è, però, una differenza importante tra ansia e paura. In psicologia, la paura è una reazione immediata a un pericolo reale, chiaro e presente, che spinge all’azione rapida, come la fuga o la difesa.
L’ansia è invece uno stato di attesa e preoccupazione rivolto al futuro, legato a una minaccia vaga, incerta o solo immaginata, che persiste anche in assenza di un pericolo concreto. Ha una funzione adattiva e protettiva: serve ad allertare il corpo e la mente e a prepararci ad affrontare una sfida o una minaccia.
Le donne sono esposte ai disturbi d’ansia in misura maggiore rispetto agli uomini, ma questo dato potrebbe essere parzialmente spiegato anche da fattori culturali e sociali. Obiettivamente, la quotidianità in una città può risultare più difficile per una donna: molestie e criminalità in aumento non rappresentano certo fattori rassicuranti. Inoltre, ci sono altri aspetti da considerare, come la maggiore reticenza degli uomini a parlare di questi disturbi, che nell’immaginario culturale possono essere percepiti come qualcosa in grado di sminuirne l’immagine “virile”.
Quando l’ansia diventa un disturbo
Entro certi limiti, non c’è nulla di patologico nell’ansia. Fa parte del nostro sistema naturale di difesa: ci mette in allerta, aumenta l’attenzione e prepara il corpo ad affrontare qualcosa che percepiamo come potenzialmente pericoloso o importante nella nostra vita.
Il problema nasce quando questo sistema di allarme comincia ad attivarsi troppo spesso, troppo intensamente o anche quando non esiste un pericolo reale.
È come avere in casa un antifurto molto sensibile che comincia a suonare non soltanto quando qualcuno cerca di forzare la porta, ma anche quando passa un gatto davanti alla finestra.
A quel punto, uno strumento nato per proteggerci finisce per condizionare la nostra vita. Ed è proprio quello che può accadere nei disturbi d’ansia.
Il caso di Barbra Streisand: quando la paura cambia una vita
Un esempio particolarmente significativo è quello della cantante Barbra Streisand. Durante un’intervista rilasciata a Oprah Winfrey il 24 settembre 2009, raccontò di aver subito un trauma conseguente a un vuoto di memoria durante un concerto a Central Park nel 1967. A causa di questo episodio sviluppò un disturbo d’ansia sociale così intenso da impedirle di esibirsi in pubblico per ben 27 anni (Kring et al., 2021).
Ansia e farmaci: è davvero questa la soluzione?
Ma cosa accade quando una persona che soffre d’ansia chiede aiuto? Secondo una ricerca americana riportata da Kring, la maggior parte delle persone che sperimentano un disturbo d’ansia si rivolge unicamente al medico di famiglia, con la conseguenza che, nella maggior parte dei casi, riceve un trattamento esclusivamente farmacologico. Secondo le recenti statistiche, nel 2023 sono state effettuate complessivamente circa 81 milioni di prescrizioni di benzodiazepine, tra i principi attivi maggiormente utilizzati nel trattamento dell’ansia.
Con numeri di questa portata è abbastanza semplice immaginare i profitti realizzati dalle case farmaceutiche. Ma le domande che ci poniamo sono altre: quale sarà stato il beneficio per i pazienti? E perché i medici di base continuano a raccomandare questa modalità di cura dell’ansia?
Uno dei punti centrali riguarda ciò che accade quando il farmaco viene sospeso. Gli studi concordano sulla circostanza che, una volta che il paziente smette di assumerlo, il disturbo tende a recidivare, ovvero i sintomi ritornano (e mi sembra più che ovvio).
Da un punto di vista psicologico, dato che parliamo di uno stato emotivo, offrire un medicinale per affrontare questo disturbo equivale a prendere un antidolorifico per continuare a camminare con una scarpa piena di sassolini, invece di toglierla e svuotarla. Oppure a coprire una pentola che bolle con un coperchio anziché abbassare il fuoco.
In definitiva, proponendo un’ulteriore analogia, trattare l’ansia esclusivamente con ansiolitici equivale a spegnere una spia sul cruscotto dell’auto senza chiedersi cosa l’abbia fatta accendere.
Questi esempi hanno lo scopo di far comprendere come l’ansia sia un sintomo, un messaggio del corpo che segnala che qualcosa è fuori controllo. Non è quindi possibile limitarsi a soffocare lo stato emotivo: occorre analizzarlo, seguirne il percorso, cercarne l’origine e, a quel punto, intervenire in modo appropriato sulla struttura psichica o sulla situazione che lo ha prodotto.
Quando parliamo di disturbi d’ansia, non stiamo trattando batteri che attaccano le nostre cellule. Non siamo di fronte a un’infezione per la quale è necessario un antibiotico, ma a espressioni emotive e affettive, prodotte da situazioni interpretate dalla nostra mente come pericolose.
Quando il farmaco può essere davvero utile
L’unico caso in cui può essere opportuno somministrare un farmaco è quando l’emotività risulta incontrollabile a causa di un evento traumatico. In questo caso, il calmante può attenuare la reazione eccessiva e rendere la persona più disponibile ad affrontare un percorso psicologico.
Su questo tema è particolarmente interessante la posizione di Silvio Garattini, fondatore e direttore dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche “Mario Negri”, notoriamente molto critico, nonostante il suo ruolo, nei confronti dell’utilizzo diffuso dei farmaci in situazioni nelle quali non sarebbero, a suo avviso, necessari. Oltretutto sarebbe un grande risparmio per le casse statali.
In un’intervista dell’Università di Padova, che è possibile rivedere sul relativo canale YouTube, Garattini ha sostenuto che “gli psicofarmaci dovrebbero essere l’ultima spiaggia dopo aver fatto tante altre cose”, sottolineando come “ci sia una grandissima carenza di ricerca in ambito psichiatrico” e ribadendo anche “che ci sono tante situazioni e indicazioni che non possono essere classificate come malattie mentali, per esempio ansiolitici che si usano per dormire, che ovviamente non rappresenta una condizione di patologia”.
Lo stesso Garattini, presiedendo la giuria della Consensus Conference sulle terapie psicologiche, promossa dall’Istituto Superiore di Sanità, ha ribadito “che il trattamento psicologico ha un’efficacia pari a quella dei farmaci per i disturbi mentali comuni”, che rappresentano la maggioranza dei casi, senza provocare però, ed è importante ripeterlo, effetti collaterali. Tra i più importanti troviamo assuefazione e dipendenza, che determinano una perdita di efficacia e rendono difficile l’interruzione.
Aggiungo a queste considerazioni un’ulteriore osservazione: non lavorando sulle cause sottostanti, dopo l’interruzione della somministrazione i sintomi torneranno uguali, se non peggiori di prima, anche perché ai malesseri del paziente si aggiungerà la frustrazione derivante dal fallimento terapeutico.
Psicofarmaci: perché donne e bambini meritano un’attenzione particolare
Un capitolo a parte riguarda l’utilizzo degli psicofarmaci nelle donne e nei bambini. La sperimentazione dei principi attivi avviene in larga misura su maschi adulti per due motivi principali: le difficoltà etiche e la necessità di ottenere autorizzazioni genitoriali per quanto riguarda i bambini, e la presenza del ciclo mestruale nelle donne, circostanza che rende più difficile la partecipazione alla sperimentazione.
In entrambi i casi si ricorre semplicemente a un adattamento della posologia in base al peso e all’età, ma in realtà non si conoscono pienamente gli effetti collaterali che questi farmaci possono produrre in organismi sui quali non sono stati testati; di conseguenza, il rischio di effetti avversi è maggiore. Il metabolismoè molto differente tra i due sessi e nei diversi stadi della crescita.
In età pediatrica il problema diventa ancora più delicato, anche in virtù dei cambiamenti del metabolismo nelle diverse fasi dello sviluppo. Garattini spiega che “la maggior parte dei farmaci entra nel cervello in una situazione di cambiamento continuo”, per cui non è prevedibile il reale effetto in questa fascia di popolazione.
Nonostante queste consapevolezze e raccomandazioni, la farmacoterapia per i disturbi dell’umore e comportamentali in età pediatrica è ampiamente utilizzata ed è molto probabile che i genitori dei piccoli pazienti non siano completamente informati su tutte le incognite correlate a questa prassi.
Come affrontare i disturbi d’ansia senza farmaci
Ma quindi, come si trattano i disturbi d’ansia senza utilizzare i farmaci?
Tutte le correnti di pensiero psicologico concordano sulla necessità di affrontare le proprie paure e ansie, proponendo percorsi diversi a seconda dell’orientamento teorico.
Un primo strumento è rappresentato dalle tecniche di rilassamento.Viviamo in un mondo e in un contesto culturale nel quale, fin dalle prime esperienze scolastiche, sperimentiamo l’ansia da prestazione e la competizione. Quasi mai ci vengono insegnate modalità per rilassarci. Il loro apprendimento può aiutare la persona a far fronte alle situazioni ansiogene attraverso un comportamento antagonista, cioè una risposta che vada nella direzione opposta rispetto all’attivazione ansiosa.
La psicologia cognitiva pone invece l’accento sui pensieri. Il lavoro consiste nell’analisi e nella messa in discussione dei pensieri disfunzionali che portano la persona a interpretare determinati eventi come minacciosi.
Le tecniche di desensibilizzazione lavorano direttamente sul rapporto con gli stimoli temuti. Cercano di ridurre progressivamente l’ansia attraverso un’esposizione graduale del soggetto alle situazioni che provocano paura.
Nel disturbo d’ansia sociale e nel disturbo di panico possono essere molto utili anche i gruppi di confronto, nei quali la persona incontra altri individui che sperimentano il medesimo problema.
Affrontare le cause per ritrovare il proprio equilibrio
In conclusione, la soluzione alle sindromi d’ansia passa attraverso tre momenti fondamentali: analizzare il problema, comprenderne le cause e agire per affrontarlo.
L’evitamento delle situazioni ansiogene, che spesso viene messo in atto istintivamente, non fa altro che rafforzare e cristallizzare il disturbo. Come abbiamo visto nell’esempio clinico citato, possono trascorrere persino molti anni prima di trovare la via d’uscita: nel caso di Barbra Streisand ne trascorsero ben 27.
Ovviamente, non si tratta di una soluzione semplicistica. Spesso è necessario confrontarsi con un esperto per comprendere e rimuovere i blocchi che ci attanagliano prima di procedere ad affrontare le situazioni. Il percorso, talvolta, può rivelarsi anche piuttosto lungo, ma il risultato può ripagare certamente degli sforzi profusi.
Chiudo questo articolo con alcune considerazioni personali.
Nel nostro corpo e nella nostra mente risiedono riserve di energie inaspettate, spesso sopite o bloccate a causa di inibizioni e situazioni di vita problematiche. Queste energie aspettano solo di essere liberate, con le giuste motivazioni e gli stimoli adeguati.
L’essere umano possiede un’innata capacità di compensazione (A. Adler), anche laddove sembri carente di determinate abilità. La storia umana è colma di esempi straordinari di atleti che sono arrivati ai vertici dopo aver iniziato un’attività proprio per correggere una debolezza rilevata in età giovanile: nel nuoto, nella corsa, in quasi tutti gli sport ma osserviamo questo fenomeno anche in altre attività umane.
La medesima capacità di compensazione è disponibile in ambito psicologico. Una sindrome ansiosa può stimolarci a praticare attività di rilassamento fino a trasformarci in esperti del settore e, magari, a trasmettere ad altri le conoscenze acquisite.
Non rimane, quindi, che trovare il coraggio di lasciare da parte i farmaci affrontare le proprie paure.
Il caso di Jenny: la conclusione Dopo aver riconosciuto nella descrizione del disturbo di panico i sintomi che stava sperimentando, Jenny decise di rivolgersi a uno psicologo col quale prese coscienza delle sue paure di non essere in grado di svolgere quel lavoro e la mancanza di fiducia in sé stessa. La soluzione, quindi, fu quella di scoprire ed affrontare le cause del problema dal punto di vista psicologico. |
Riferimenti e link:
https://www.youtube.com/watch?v=SJSMLNvOBTA
https://apm.amegroups.org/article/view/73159/html
Li J, Cai Z, Li X, Du R, Shi Z, Hua Q, Zhang M, Zhu C, Zhang L, Zhan X. Mindfulness-based therapy versus cognitive behavioral therapy for people with anxiety symptoms: a systematic review and meta-analysis of random controlled trials. Ann Palliat Med. 2021 Jul;10(7):7596-7612. doi: 10.21037/apm-21-1212. PMID: 34353047.


